Cucina romana

Ricette della Cucina romana


Bucatini all'amatriciana

Ricetta:Portata: Primi

Un gradevole piatto della cucina romana, a base di guanciale, pomodoro e pecorino. Un mix di gusto speciale, assolutamente da provare!

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Ingredienti per 4 persone

  • 400 g di spaghetti;
  • 400 g di passata di pomodoro;
  • 100 g di guanciale stagionato;
  • 60 g di pecorino stagionato;
  • vino bianco secco;
  • olio, sale e pepe;

In alternativa al guanciale può essere utilizzata della pancetta affumicata.  Il migliore pecorino da utilizzare in questa ricetta è quello abruzzese. Quello romano o sardo possono essere considerati una valida alternativa.

Preparazione

Prima di tutto bisogna tagliare il guanciale a cubetti e cuocerlo a fuoco basso in una padella antiaderente con  due cucchiai d’olio (chi è esperto in cucina può aumentare la dose di olio in base alle suo gusto personale, n.d.r.).

Quando il grasso è diventato trasparente, sfumare il tutto aggiungendo mezzo bicchiere di vino bianco secco avendo cura di farlo evaporare. Aggiungere quindi la passata di pomodoro ed un pizzico di sale e cuocere almeno per 10 minuti a fuoco vivace.  Nel frattempo bisogna lessare gli spaghetti  abbondante acqua salata.

Importante è scolarli al dente, unirli alla salsa cotta nella padella e mescolarli per un minuto scarso sulla fiamma.  Serviteli ben caldi, avendo cura di apporre sul piatto aggiungendo il pepe e ed il pecorino stagionato.

La tradizione

I bucatini all’amatriciana, insieme a pochi altri, nonostante un recente inserimento nella cucina locale romana, rappresentano forse il piatto più ricercato di ogni turista e residente nella Capitale. Nonostante la sua semplicità di esecuzione infatti, questa ricetta contiene in sé una così variegata commistione di sapori da lasciare in colui che lo assaggia per la prima volta una vera e propria voglia di ripetere l’esperienza il più presto possibile.

Questa ricetta arriva nel Lazio grazie al Regno delle Due Sicilie ed al suo controllo della città di Amatrice, posta nella parte nord orientale del Lazio, al confine con la regione Abruzzo.  E’ lì infatti che il piatto viene ideato e successivamente portato nella capitale grazie alla transumanza dei pastori aretini. Con il tempo, nonostante  il debole legame storico, la tradizione del XIX secolo ha voluto legare questo semplice piatto alla città di Roma, con buona pace e gioia dei romani che l’hanno adottata e che la ripropongono spesso sulle proprie tavole.

Tradizionalmente i romani propongono la salsa all’amatriciana insieme ai bucatini, una pasta composta da lungi tubicini, aperti ad entrambe le estremità e molto simili agli spaghetti, ma di diametro maggiore. Questo perché nei bucatini la salsa riesce a penetrare molto meglio.

I cittadini di Amatrice, che ne rivendicano paternità e che hanno richiesto alla Comunità europea, nel 2004, l’”IGT”, l’indicazione geografica tipica, sostengono da sempre l’uso degli spaghetti. Facendo un salto indietro nel tempo scopriamo addirittura che pastori transumanti, utilizzavano dei lunghi spaghettoni  ricavati da un impasto di acqua e farina: questo perché, in viaggio con il proprio gregge, le risorse erano limitate ed ovviamente gli stessi, dovendo cibarsi e volendolo fare con gusto, adattavano le proprie necessità alimentari alle materie prime, spesso povere che portavano nei loro viaggi.

Negli anni sono state differenti le influenze che hanno colpito questa ricetta e che man mano hanno portato ad un imbarbarimento della stessa con aggiunta di ingredienti che con la ricetta originale hanno poco a che fare, come l’aggiunta di cipolla, e del peperoncino, che ovviamente, a gusto personale possono essere aggiunti.

A livello nutrizionale, la pasta all’amatriciana non è molto indicata se si vuole mantenere un basso profilo calorico, essendo le sue porzioni, in base al tempo di lavorazione degli ingredienti e la quantità degli stessi utilizzata per gusto personale, oscillante tra le 400 e le 400 calorie per porzione.  Ma è decisamente un piatto sfizioso e gustoso che ogni tanto ci si può concedere senza troppi rimorsi.


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